MENU ×
Tre fotografie per Palermo. Quinta puntata

Tre fotografie per Palermo. Quinta puntata

Intervistiamo Claudio Di Dio. Nella sua esperienza artistica si intreccia una spiccata sensibilità per la fotografia culturale e una profonda conoscenza dei contesti sociali  

La fotografia di Claudio Di Dio si caratterizza per la forte dinamicità. Dentro contesti apparentemente ordinari o eventi di respiro presenta una forte implicazione metafisica. I suoi scatti sono sempre aperti e in relazione intima con il mondo. E poi c’è sempre una piccola titubanza nelle sue foto, una fragilità che rimanda al soggetto che viene ritratto, quasi mai in piena armonia con l’occhio fotografico e sempre vivo. In questa piccola cesura proviamo a conversare con l’autore per rappresentare la sua esperienza fotografica nello spazio urbano di Palermo.

 Quando cominci a fotografare e come nasce questa passione?

Nasce come esperienza di comunicazione, esigenza di esprimere qualcosa. La fotografia è una relazione con l’altro indipendentemente dalla natura del soggetto che decidi di fotografare. Ho iniziato ad utilizzare la macchina fotografica presto ed ho imparato con essa ad osservare la realtà da diverse angolazioni. Guardare il mondo in alto o in basso non sono atteggiamenti scontati. Le prime foto che ho fatto erano delle diapositive ordinarie, mi sono servite a regolare l’approccio personale. Anche la fotografia notturna mi ha aiutato molto. All’inizio si fotografa tutto ed è questo che rende interessanti le prime esperienze. Una motivazione più sentita a fotografare è arrivata con l’avvento del digitale e dopo una lunga pausa che fa un po’ da spartiacque. Sono dinamiche molto personali e introspettive per cui come senti la spinta a fotografare accade anche che per un periodo che può essere lungo non provi alcuna motivazione. In corrispondenza della nascita di mio figlio, nel 2003 nasce l’esigenza di una compatta digitale per la famiglia, non senza pregiudizio da parte mia, all’inizio abbastanza diffidente verso il mondo del digitale. Poi invece scatta un meccanismo di innamoramento con questa nuova dimensione nella quale colgo tute le potenzialità, anche quelle correlate alla post-produzione ed al processo del ‘fotografare’ che diventa più lungo e articolato.

IMMAGINE

Quindi ci sono due periodi nella tua esperienza fotografica…

Si, in buona misura però è con il digitale che inizia una riflessione sull’oggetto fotografia, non solo sotto l’aspetto tecnico ma come possibilità di fare un’esperienza.

La fotografia e Palermo. Come scopri la città e come inizi a fotografarla?

Scopro Palermo, una città nuova e ricca di suggerimenti, la fotografia con il suo carattere trasversale mi aiuta ad osservarla in maniera attiva. Come una sorta di interrogazione e una conversazione aperta, con occhi nuovi.

Quali sono le sfaccettature della nostra città che ti interessa interrogare?

Sicuramente tutta la commistione che la città con il suo tessuto monumentale e urbano presenta. Sono tracce stratificate delle culture che ci hanno contaminato. Riuscire ad intravedere quanto ci è stato lasciato credo sia una delle peculiarità della fotografia a Palermo.

Ci sono temi che racchiudono i tuoi interessi fotografici? Sei un fotografo libero o metodico?

Mi interessa molto l’implicazione sociale, la vitalità dei soggetti che coinvolgo, che poi è sempre la relazione che anima e orienta lo scatto. Fotografo ciò che vedo in un determinato momento, che mi attrae, la fotografia è anche l’effetto di una esigenza che nasce dentro.

Palermo e la dinamicità delle tue foto. Come consigliare chi viene a fotografare Palermo per la prima volta?

Palermo è una fucina di movimenti a vario titolo. Chi fotografa Palermo per la prima volta rischia di essere investito da questa energia che si crea in situazioni che altrove non possono accadere, sia che si tratti di capitali culturali sia di realtà metropolitane in generale. Credo che un particolare aspetto della città possa essere rappresentato da un paradosso presente solo qui. Puoi rimanere fermo ad aspettare, soprattutto all’interno del centro storico, a Piazza Verdi o ai Quattro Canti, qualcosa di interessante accadrà senz’altro, data la ricchezza di situazioni possibili di interesse fotografico. A Palermo val la pena prima di cominciare a fotografare fermarsi e guardarsi intorno, comprendere i particolari contesti che nella nostra città non sono così immediati e invece sono pieni di sfaccettature.

Ci sono scatti a cui sei legato in modo particolare? Qualche aneddoto di vita ordinaria che è diventato una foto?

Ci sono momenti in cui si determinano particolari situazioni fotografiche cariche di emotività. Ricordo una foto a S. Erasmo (è un piccolo approdo in città, ndr) in inverno. Mentre alcuni ragazzi pulivano il pesce, sullo sfondo una mareggiata, uno di loro si è avvicinato e l’onda alta senza toccarlo lo ha lambito. Mi ha dato il senso di una relazione diretta e amichevole con il mare. Quel mare che a Palermo è stato bistrattato e un po’ dimenticato, che nella fotografia ma anche nella realtà effettiva dovrebbe essere recuperato.

IMMAGINE

Palermo è stata abusata anche fotograficamente?

Credo di si, credo si tratti di una tendenza generale ad abusare dell’immagine oltre che della città e della privacy delle persone. Non penso solo ai mercati storici e alle risorse monumentali, tempestati dalla fotografia, iper-rappresentate, ma allo spazio intimo che viene violato costantemente. Penso che si debba coltivare una forma di gentilezza con il soggetto che si sta fotografando, in una relazione sempre di interscambio e di reciprocità. Invece mi pare che si sia molta invadenza. Palermo è sempre stata abusata, anche nella sua parte storica. Palermo è una città stratificata a livello urbanistico e sociale che nasconde ancora tanto. Ci sono quartieri poco fotografati in cui non è facile entrare senza un progetto, un’idea precisa,naturalmente rispettosa.

Sono tante le foto che non hai pubblicato e utilizzato?

Si, certo, succede sempre. In particolare non amo pubblicare gli scatti che coinvolgono i bambini, soprattutto se sono visibili, a meno che non si tratti di un coinvolgimento collaterale all’interno di eventi culturali. Oggi si pensa troppo al consenso della fotografia sui social, caratterizzato da altre regole che a mio avviso non sono fotografiche.

Nella tua fotografia mi pare che ci sia una predilezione per il colore..

Si, anche se apprezzo il bianco e nero.  I colori sono parte integrante della nostra esperienza visiva anche nella loro connotazione positiva senza cercare come accade con il bianco e nero la drammaticità. Palermo è molto colorata e dovremmo venderla colorata.

IMMAGINE

A proposito di colore ho sempre molto apprezzato le tue foto sul Pride perché mi sembra tu sia riuscito, lavorando sui colori, a storicizzare questo evento nell’essenza di ogni edizione. Sono scatti pieni di intimità che i protagonisti molto generosamente non si fanno rubare ma mettono in scena. Non c’è alcun consumismo.

Il Pride è un evento che ho fotografato in diverse edizioni, ho cercato di cogliere attraverso il colore lo scatto di orgoglio di chi si presenta all’obiettivo senza alcuna paura. A Palermo è possibile perchè presenta un’apertura che non ha pari con le altre città, in una multiformità di aspetti che non fanno mai a pugni tra di loro. Le dominazioni ci hanno aiutato a diventare tolleranti e a tenere dentro insieme aspetti molto diversi. Per questa ragione i colori sono così importanti. Nelle mie foto i colori entrano a pieno titolo, anche nella post produzione che io non considero un momento separato e successivo ma parte integrante di un processo che inizia quando decidi di scattare.

Quali sono i tuoi progetti personali e come è coinvolta eventualmente la città?

Ho una particolare predilezione per la relazione tra soggetti all’interno dei contesti urbani particolarmente forti. Fotografare persone che stringono tra di loro una forte relazione perché lo spazio urbano che ci si offre è davvero di grande impatto e interesse sociologico. Sto lavorando in questa direzione.

La foto dell'autore è di Davide Interrante