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Tre fotografie per Palermo. Quarta puntata

Tre fotografie per Palermo. Quarta puntata

Intervistiamo Leda Terrana, architetto e (come si dichiara) raccontatrice di immagini. Nei suoi scatti anche le implicazioni sociali più dure si sublimano nella ricerca della bellezza

 

Con Leda Terrana ci incontriamo alla Fabbrica 102 dove è ancora esposta la sua personale ‘Scatti di Strada’, sul tema del viaggio che porta uomini e donne da Palermo a Milano. Ne approfitto per guardare gli scatti. Sono ritratti spontanei, si intravede la ricerca di un’appartenenza comune. I visi sono densi di umanità, ricchi della nostra parte migliore in un momento mi pare di grande disorientamento sociale. Gettare un ponte tra due città così diverse significa rendere possibile un’esperienza di incontro in cui però si conserva in modo precipuo e non retorico la differenza, che l'autrice affida alla luce e agli occhi. Uomini, donne e generazioni diverse, colte nella dimensione della distanza dal luogo di origine, soggetti con sensibilità differenti e con una distanza naturale in senso somatico e rispetto allo spettatore.

Durante la nostra gradevolissima conversazione un concomitante esercizio di tammorra dai piani alti con sonorità sicule che accompagneranno domande e risposte, un clima non proprio favorevole ad una intervista che sui 40 gradi di via Monteleone richiederebbe altra lucidità. Ridiamo perché il ritmo dei tamburi si sovrappone alle nostre voci ma questo probabilmente è il senso di un tardo pomeriggio di Agosto trascorso a Palermo, con un tasso di umidità del 100%, il prezzo che dobbiamo pagare per cogliere tutte le contraddizioni del posto in cui ci troviamo. In questo Leda mi sembra sensibile e la sua fotografia lungimirante e reattiva.

 Quando inizi a fotografare, come scatta l’interesse e la motivazione a fotografare in Leda Terrana?

La mia è una formazione non specificatamente collegata alla fotografia, sono un architetto. La passione per la fotografia nasce e diventa un esercizio consapevole circa sei anni fa attraverso un incontro personale che mi permetterà di comprendere le mie potenzialità. Certamente il liceo artistico e l’esperienza formativa in architettura aiutano la mia fotografia.  Non mi sento però una fotografa, nel senso pieno del termine, amo l’architettura, che rimane il mio principale interesse. Mi considero una raccontatrice di immagini, la fotografia in ogni caso si presenta spesso come uno tra gli sbocchi naturali dell’interesse verso l’architettura e le arti visive.
Nel 2014 ho partecipato ad un concorso nazionale organizzato da LeiKa, arrivando in finale con uno scatto del progetto sulla comunità africana di Palermo. Una foto di strada in un momento cerimoniale e un dito del giovane che fotografavo puntato contro di me, a sottolineare in quel momento la mia presenza ingombrante.

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Questo progetto è già stato realizzato? Ce ne vuoi parlare?

Ho cercato di raccontare la comunità africana a Palermo nei suoi momenti rappresentativi, battesimi, matrimoni e momenti cerimoniali ma anche quotidiani. Il progetto è ancora aperto, mi ha molto coinvolto per due ragioni: un aspetto urbanistico, del modo in cui gli spazi sono organizzati e vissuti dai migranti all’interno dell’Albergheria e Ballarò; la forte incidenza sociale, perché per una donna è anche difficile entrare in relazione con una comunità come quella africana. Nell’occasione mi ha aiutato un fotografo di origini africane, perché si creasse un rapporto fiduciario con la comunità. E’ uno spaccato di Palermo molto ricco e difficile che ci può consentire di comprendere tanti aspetti, non solo della vita nella città.

Palermo ti stimola fotograficamente?

Si, è un posto molto particolare, una città molto ‘veloce ’ contrariamente a quanto si possa pensare sulla vita ‘lenta’ a Palermo ed è un’esperienza continua.

E come si sviluppa la relazione con il mondo femminile all’interno del tuo progetto sulla comunità africana?

Non è semplice, anche sviluppare momenti di complicità con le donne della comunità africana perché ci sono filtri che non riusciamo a riconoscere. Ci sono dei muri culturali e ci sono scatti che ho realizzato con loro che non pubblicherò mai, sono intimi e personali e fanno parte della mia esperienza, ad esempio uno scatto che può apparire ordinario, banale, a cui sono molto legata l’ho realizzato durante un battesimo.

 

La fotografia  di oggi è aggressiva e per alcuni versi spregiudicata. Che cosa ne pensi?

Non mi piace molto questa tendenza a travalicare, a perdere un senso del pudore che dovrebbe sempre accompagnare e accompagnarci, non soltanto nell’arte e nella fotografia ma anche nella vita di tutti i giorni, nei rapporti interpersonali. In ogni caso sono per la libertà di espressione e rispetto chi esercita questo tipo di fotografia. La periferia rimane, ad esempio, un luogo e un tipo interessante di ricerca, sempre con un bun grado sentimentale di pudore.

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Secondo te Palermo presenta una sua specificità, qualcosa che ne fa una città del sud ma diversa da Napoli, Catania, Bari o altre realtà metropolitane?

Credo che difficilmente si possa paragonare la nostra città ad altre realtà metropolitane. Paradossalmente esistono punti di contatto con la realtà di Milano, apparentemente lontana, che presenta però alcune periferie con caratteri somiglianti al nostro Zen. Palermo è una città difficile anche da conoscere, con contraddizioni aperte. Certo essere nata qui ti aiuta a comprenderne aspetti che ti possono tornare utili per fare esperienze nuove. Palermo è una città bellissima, ricchissima di risorse. Ma qui si apre anche una riflessione che richiederebbe un’autocritica per tutti noi.

Che cosa consiglieresti di fotografare ad un amico/a che viene per la prima volta a Palermo?

Certo sarebbe opportuno accompagnarlo per aiutarlo a farsi un’idea di questa città a 360 gradi. Il rischio è che si fermi a fotografare solo i monumenti e i mercati storici che trovo oramai ‘morti’ e ‘statici’. Palermo ha una potenzialità fortissima ma sembra che faccia fatica a d accettare questa sua ricchezza, una paradosso che è sempre presente. Ad esempio la relazione con il mare, contraddittoria. Tutto qui sembra avere un significato, ma questo senso poi si perde immediatamente nella contraddizione. Puoi guardarla fotograficamente in modo molto diverso anche rimanendo nello stesso spazio urbano. Te ne accorgi quando torni dopo un periodo di allontanamento.

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Esiste una Palermo che dovrebbe essere scoperta e come è cambiata la città?

Mi intimoriscono i progetti faraonici, questo modo di approcciare i problemi senza tenere conto dei piccoli passi, delle microrealtà, delle cose che si possono fare immediatamente. Penso alla mobilità urbana ma anche alla riqualificazione della costa. Palermo potrebbe essere davvero un gioiello in tutti i sensi in cui si può intendere un gioiello. Si stanno operando delle scelte positive, ad esempio l’isola pedonale che porta tutti a valorizzare la città. Però la sovrapposizione di progetti e programmi di riqualificazione, con i ritardi possono creare tante difficoltà quotidiane.

Ph: Leda Terrana