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Tre fotografie per Palermo. Nona puntata

Tre fotografie per Palermo. Nona puntata

Intervistiamo Maurizio Francesco Lo Bianco che racconta la città nelle sue stratificazioni sociali e culturali, senza perdere di vista il pudore e il rispetto dell'altro

Quando inizi a fotografare?

Cominciai aiutando mio cognato, Vittorio Baiamonte, diventato poi direttore della fotografia in Rai. Lo aiutavo nel suo studio a Salemi, ero molto giovane. Inizio presto anche a sviluppare, mi piace tutto della fotografia, poi una pausa di 10 anni circa. In generale ho sempre fotografato, ho anche partecipato a diverse collettive, ma la fotografia la considero un modo anche di vivere e considerare la vita, un’occasione per conoscere se stessi, i propri limiti, uno strumento che favorisce la riflessione. Quando non mi sento bene, in termini di condizione di armonia con me stesso, fotografo. Ho attraversato quindi tutta l’esperienza dell’analogico e poi del digitale. Quest’ultimo mi sembra ancora di più favorisca la sperimentazione…

La tua impronta fotografica, la strada e la tua strada. Quali sono i temi che stimolano il tuo interesse?

Difficile pensare di avere trovato un proprio percorso, mi piace sperimentare e cercare ancora, credo questo atteggiamento appartenga alla vita come alla fotografia.  Per quanto riguarda un personale interesse specifico cresciuto nel tempo, la foto di strada, a Palermo, comprende e rappresenta il mio modo di vedere le cose. E’ capitato anche di realizzare due calendari tematici per la polizia municipale di Palermo, il settore in cui lavoro ma sono state occasioni isolate, la strada continua a stimolare la mia fotografia.

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Parliamo di relazione con la città. Come la percepisci? Difficile o facile?

Palermo ha smesso di piacermi dal punto di vista della vita culturale, è chiusa nei circoli che si danno un’aria non impegnata ma in realtà sono collocati in modo definitivo, nel senso della militanza politica. Un amico diceva, con una battuta, che i comunisti erano tali finché la loro pancia era vuota. Questa considerazione mi fa pensare a Palermo. Se avessi qualche anno in meno andrei via.

Una città con la pancia vuota o piena?

Dipende, in questa città alcuni si sono arricchiti altri sono diventati più poveri. E’ una città difficile in cui questo divario non è mai stato affrontato in maniera efficace, con delle politiche a favore delle periferie che rimangono fortemente svantaggiate.  Si è realizzato molto per il centro storico, si sssiste ad una tiepida ripresa e l’isola pedonale ha portato benefici anche se il caos di corso Vittorio Emanele con le auto me lo faceva percepire più vero di quanto lo sia adesso.  Rischiamo però di dimenticare le periferie che sono la parte consistente della città. Tra le altre cose i quartieri della periferia sono anche poco fotografati e documentati, tranne che per le brutte notizie.

Come vivi e fotografi Palermo?

C’è certo un’evoluzione nel mio modo di fotografare la città. All’inizio privilegiavo i monumenti, quelli con una forte valenza simbolica, piazza Pretoria la amo particolarmente, oggi preferisco il popolo, sincero e autentico. Per fare un esempio, mi è capitato recentemente di accostarmi ad un arrotino chiedendo il permesso di fotografarlo. Mi ha ringraziato perché non gli era mai successo. Questo mi sembra un passo indietro, una questione di cultura e di civiltà. Mi  piace relazionarmi alla gente nella vita ordinaria e parlare con loro oltre che fotografare. La città mi sembra anche abusata rispetto a questa tendenza a fotografare per ricattare. L'idea di usare la foto per sviluppare poi una interpretazione contro qualcuno, ad esempio l’amministrazione, non mi piace. Le foto dovrebbero esprimere un significato senza la parola, non devono essere spiegate. Ho fatto anche tante foto istituzionali, a personalità che nel tempo si sono poi miscelate ad altri soggetti politici con i quali prima ‘non trattavano’. Sarebbe stupido utilizzare questi documenti che hanno anche un carattere storico.

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Tra queste personalità forti e pubbliche che hai fotografato mi fai due nomi?

Di recente il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e Corrado Lorefice, il vescovo di Palermo, due soggetti umanamente e fotograficamente interessanti.

Mi racconti però una foto che hai scattato e che consideri  importante sotto l’aspetto della relazione?

Si, una foto  a me molto cara, che custodisco. Il soggetto è una signora pensionata seduta su un gradino di un edificio del centro storico che si preparava un panino con la mortadella. Mentre scattavo mi ha fatto molto pensare. Quando scatto per strada mi isolo spesso, tendo a partecipare emotivamente della realtà che sto fotografando, soprattutto se si tratta di un contesto difficile, pieno di disagio.

Quindi ci sono delle foto a cui sei più legato?

Di recente, una foto scattata di notte, verso le 4:30 del mattino, una carrozza che scende da corso Vittorio Emanuele ed una signora che percorre in senso opposto. Mi ha fatto pensare alla canzone Vecchio frack di Modugno, all’epoca censurata. Mi ha dato un grande senso di libertà.

Cosa pensi di chi fotografa gli ultimi o di chi ruba dalla realtà sociale? Questa è una caratteristica da sempre molto forte nella street photography!

Non mi piace, preferisco relazionarmi, la foto deve essere leale, libera,  trasparente nei confronti dei soggetti a cui si rivolge. La fotografia è anche introspezione, relazione con l’altro, due cose che non sono separate. Forse per questo carattere troppo espansivo della mia fotografia recentemente mi sono scoperto appassionato della città di notte. Fotografare la notte o la sera tardi, quando Palermo si svuota, significa liberarsi anche dai pensieri e dalle preoccupazioni, dal caos diurno.

Quindi la foto oggi è invasiva, lede la privacy più di qualche tempo fa, soprattutto quella di strada?

Credo di si. Perché rubare, non farsi scorgere nell’istante in cui si sta fotografando? Mi sembra una brutta cosa fotografare di nascosto, mi pare sconfini nella mancanza di pudore e di rispetto.

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La nostra città nell’immaginario degli altri, di chi non vive qui. Che tipo di percezione all’estero, cosa fa la differenza tra ciò che accade all’interno della comunità ed all’esterno?

Palermo piace, funziona. Forse si è esagerato rispetto alla rappresentazione in termini di cultura mafiosa. Spesso incontro troupe che girano all’interno del centro storico, quasi sempre si tratta di fiction sulla mafia. Dovrebbero ricercare linguaggi nuovi.

La fotografia può svolgere compiti educativi?

Io credo di si, se si fotografa con spirito sincero non si possono compiere azioni contro questa comunità. L’importante è non fossilizzarsi sui temi. Sto lavorando ad un progetto, una clip che dovrebbe accompagnare un testo sul femminicidio che è stato scritto da mia moglie (Teresa Gammaudo, ndr). Mi piace anche realizzare riprese, in futuro penso a dei corti su cui prima o dopo spero di potermi cimentare.