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Storie di Vampe

Storie di Vampe

Nell'estrema periferia sud-est di Palermo la Vampa si creava dal nulla, era un’entità metafisica 

La vampa di San Giuseppe mi ha sempre procurato emozioni discordanti, almeno dall’età adolescenziale in poi, un prurito ecologico accompagnato da un sentimento primitivo e ancestrale che non sono mai riuscito a sedare del tutto.
Iniziai a partecipare alle preparazioni delle vampe sin dal ’73-’74 quando, ancora piccolissimo, mi aggregavo ai ragazzetti più grandi nell’operazione di raccolta del legname. Allora non c’erano porte e finestre, materiali di risulta tossici che avrebbero richiesto altro trattamento, solo legno di albero, qualche pedana e qualche trave delle ferrovie che intrisa di olio finiva con sollevare un fumo nero che scuriva il cielo e non faceva vedere niente.
Le travi servivano ad alimentare il fuoco e sollevavano le polemiche degli adulti che ci accusavamo di essere ‘senza cirivieddu’.

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Photo: Andrea Calcagno, Sant'Erasmo, Palermo 2018

La Vampa veniva preparata tutti insieme, tra una partitella e l’altra, bambini di periferia con un pallone e senza campo che giocavano sotto un ponte, a ridosso di Villabate, nell’ultima frontiera di Palermo, terra di nessuno, in cui Lima e Ciancimino si venivano a prendere in voti.
Allora ce ne fottevamo, noi giocavamo.

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Photo: Maria Elena Vindigni, via Imera, Palermo, 2018

Dopo i compiti ci si incontrava sempre in uno slargo in terra battuta (si fa per dire battuta, era pieno di pietre!) in una zona denominata ‘u suttapassaggio’ , sempre col pallone tra i piedi, anche io che non ho mai saputo giocare a calcio e venivo regalato con rispetto alla squadra avversaria durante la conta in cui ci si accaparrava i migliori piedi. Ci fermavamo solo quando passava il treno per salutare i viaggiatori, qualcuno stava sempre affacciato dal finestrino e lo prendevamo a colpi di Suca.

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Photo: Carlo Baiamonte, via Imera e pasticceria Scimone, Palermo 2018

La Vampa si creava dal nulla, era un’entità metafisica, nell’arco di tre-quattro pomeriggi in uno spazio di mille metri quadri, un’area sicura, accessibile ma abbastanza nascosta e circondata da case abusive e terreni. Era nostra, la facevamo con il sangue e il sudore fradicio. Un compagno una volta si sfracellò un piede con un chiodo, di quelli lunghi che si usano per il cemento armato, ed abbiamo riso per un pomeriggio.

IMMAGINEPhoto: Giusy Tarantino, Papireto, Palermo 2018

La Vampa era guardata a vista, nessuno toccava nulla, c’era una specie di tutorato informale gestito da qualche diciottenne e una decina di ragazzini. Il 18 Marzo, vigilia di San Giuseppe, iniziavano i turni per evitare che a qualcuno venisse in mente di anticipare l’addumata, fissata alle 18:30 perché si aspettavano i grandi e le famiglie aggregate, con tanto di sedie e companatico. La Vampa infatti veniva accesa e  contemplata mentre si mangiava. La mia era una borgata contadina in cui il fuoco era compagno di lavoro.

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Photo: Daniele Biondo, via Messina Marine, Palermo 2018

Conservo ricordi nitidi di una vampa, credo nel ‘76, rimasta memorabile perché uno dei miei amici aveva preso dal portafogli del nonno fruttivendolo mille lire ed aveva comprato trenta pacchi di wurstel dalla 'signora mummina'. Sul finire della Vampa, in gruppo, non senza questioni, prevalentemente collegate a chi doveva mangiare per primo, abbiamo arrostito tutti i wurstel infilzandoli nelle canne e accompagnando tutto con gazzosa al caffè. L’abbinamento non c’entra niente ma per noi è stata la mangiata più grande della nostra vita, piena di sogni e di calore, non ultimo quello della vampa.

Foto di copertina e testo di Carlo Baiamonte

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