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La banalità del tifo juventino e il sogno infranto

La banalità del tifo juventino e il sogno infranto

Palermo si conferma capitale dell'accoglienza anche quando si tratta di raccogliere i cocci dei sogni infranti 

In buona misura il paese si era parzialmente ricostituito intorno alla possibilità che la Juventus, tradizionalmente il club più amato e odiato d'Italia portasse a termine l'obiettivo della vittoria sul Real Madrid. Sabato sera non c'è stato un tifo integrale, né solidarietà e reciprocità assoluta perchè se così fosse stato ci troveremmo sotto il controllo del grande fratello, nel peggiore dei regimi totalitari con tanto di web a portata di mano. A Palermo diversi gruppi di spagnoli sono stati accolti nei pub anche dai tifosi juventini. Le cose però sono forse un po' più complicate.  
Ne La banalità del male Hannah Arendt ha elaborato una complessa teoria sulla lunga costruzione, avvenuta nel corso dell'ottocento, di un nuovo ordine razionale, in atto quella società scientifica e tecnocratica che non legittimando spazi possibili di ragionevolezza e di dialettica dissidente nella cultura del tempo ha determinato poi nel secondo ventennio del novecento una forma di dominio ideologico.  
Lo sterminio scientifico degli Ebrei, di altre etnie e gruppi sociali, dei disabili, degli omosessuali, considerati tutti improduttivi, incapaci di incarnare l'efficienza del progetto del pangermanesimo, senza questa neocostruzione di razionalità efficiente ed ergonomica non sarebbe stato possibile. Non ci sarebbero stati quei silenzi e quel grado indecente di indifferenza espressa da parte di molte istituzioni verso un evento che tragicamente avrebbe cambiato il modo di considerarci ancora umanità.  
Naturalmente il tifo juventino non ha nulla a che spartire con il pangermanesimo: il tifo è espressione del calcio, è solo sport e competizione agonistica.
C'è però nello spirito juventino un gene, un tentativo assiomatico di volere assoggettare l'opinione pubblica italiana, quella parte goliardica che nelle grandi competizioni di squadra ha fatto storia e che dalle nostre parti si chiama Sfottò. A leggere i commenti rancorosi dei tifosi juventini pubblicati sui social nelle 24 ore dopo la sconfitta c'è da chiedersi se davvero non abbiate preso troppo sul serio questa coppa, un obiettivo solo calcistico, prestigioso ma che non cambia la vita individuale che rimane sospesa tra lavoro, tasse, relazioni sociali e debito pubblico. Senza volere tirare in ballo gli altri sport, la musica, il teatro, i viaggi, il tempo libero all'aperto non facendo un benemerito nulla. Insomma le tante cose che fa anche un tifoso juventino quando la sua squadra non gioca.
Il modello del tifo juventino assomiglia al modello di marketing messo a punto da Marchionne per la Fiat: l'idea che occorra legittimare tutte le scelte e gli errori aziendali (anche le minchiate macro) senza assicurare alcuna dialettica interna al mondo dell'industria e della produzione, modificando eventualmente anche la percezione del mercato automobilistico in una sorta di PanFiat. Ovviamente i tedeschi che hanno imparato dure lezioni storiche non sarebbero mai d'accordo con Marchionne così come i tifosi del Real, della Roma, dell'Inter, del Napoli e del Milan con i tifosi juventini. Meno male.