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Scrutini e docenti stressati: come sopravvivere

Scrutini e docenti stressati: come sopravvivere

I prof alla fine dell'anno corrono tutti come forsennati con scartoffie appiccicate alle dita e tablets a palla 

Se fate un giro durante la seconda settimana di Giugno in una qualsiasi scuola italiana incrociate sguardi stravolti. Di tutti i docenti, dei pochi alunni presenti (i quasi rassegnati che sperano nel miracolo delle ultime verifiche), del personale scolastico.
Corrono tutti come forsennati, da soli o in piccoli gruppi, con scartoffie appiccicate alle dita, in coda alle stampanti calde, con i tablets a palla collegati ai programmi antipatici che si usano oggi per registrare i voti, le assenze e le giustificazioni. ‘Mi manca una firma’, ‘ma i programmi dove li ho caricati’, ‘non si connette’, ‘ancora qua siete” (con quest'ultima si rivolgono agli alunni-stalker) sono alcune delle espressioni più ricorrenti. I corridoi sono come le autostrade a sei corsie, I docenti parlano ora solo tra di loro e si scambiano opinioni sull’anno, sulle ultime cose, sull’interpretazione di qualche circolare. Stanchi e stressati assomigliano a dei piccoli dromedari che hanno attraversato il deserto ed hanno perso i loro conduttori. Il prof che ha trascorso un anno a comunicare con alunni e famiglie, colleghi e tutor aziendali, rappresentanti di testi scolastici e referenti dei progetti appare svuotato di emozioni e motivazioni, diventa una sorta di registratore di cassa e deve tirare fuori le ultime risorse per valutare gli alunni mantenendo il massimo dell’obiettività. Si può fare o, meglio, si deve fare, ma tanto in questa fase non sei solo e c’è una piccola comunità che è pronta a recuperarti, che ti soccorre se ti sei perso nella burocrazia degli adempimenti finali.

Solo chi vive la scuola può comprendere che cosa succede nel proprio ambiente nelle ultime 72 ore. La maggior parte dei non docenti non potrebbe mai cogliere il clima implosivo degli ultimi giorni. Dall’esterno una scuola sembra uno spazio caotico, coabitato da soggetti a rischio borderline, in realtà dentro si è finito col creare un clima autentico di comunità. Non è un esito casuale, il processo è iniziato a settembre ma alla fine dell’anno, dopo tante piccole crisi, tutta questa materia si condensa in uno sforzo collettivo, accompagnato da una discorsività diffusa, sugli esiti e su come si è arrivati. Insomma la scuola diventa una catarsi di chiasso e di corse tra uffici e aule e più corri più prof ti senti.

Si può considerare questa fase conclusiva come un limbo temporaneo in cui si crea una microatmosfera di pace che serve a preparare i momenti di battaglia dentro gli scrutini, fasi in cui si alterneranno alleanze e divisione, forti della consapevolezza della fatica immane che si assume a reggere il ruolo professionale, dovendo tenere insieme un pizzico di cattiveria pedagogica e un pizzico di generosità e concessione. Tutto questo è una parte del lavoro degli insegnanti, la componente più interessante della vita di un docente che ci orienta a chiudere l’anno offrendo le migliori soluzioni possibile e salvaguardando la forma dignitarie della nostra missione di lavoratori della conoscenza (non lo dico io, lo dicono in CGIL).
Questa salvaguardia che trova nella rappresentazione collettiva della scuola degli ultimi giorni un senso la operiamo per loro, gli alunni, che rimangono i destinatari degli scrutini, ma anche per le famiglie, per i colleghi o, in alcuni casi, per l’identità e la reputazione che un corso si è costruita negli anni. Nelle scuole ci sono corsi che godono di una reputazione altissima, al punto che io immagino che alcuni scrutini si svolgano in una specie di Pantheon dove seduti in cerchio docenti e divinità per emanazione trasmettono il sapere.
Ma perché i docenti corrono come forsennati? Lo fanno anche per loro che non si possono permettere che si abbassi pubblicamente la soglia del controllo delle emozioni, loro a rischio di esposizione, a causa delle decisioni dalle quali dipende l’ammissione alla classe successiva.
Non è vero, come si dice oggi, che tutti gli alunni sono promossi. Il docente desidera costantemente che tutti gli alunni vengano promossi anche quelli che fanno di tutto per non esserlo, ma poi per avallare l’eccezione straordinaria e unica si appella al sistema, ratifica la bocciatura di altri alunni, da tutti percepiti come indifferenti rispetto agli esiti, disinteressati, parte di quel piccolo esercito anonimo di dispersi.
L'aspetto dell’esito degli scrutini conta poco nello status degli studenti e del lavoro dell'insegnante. Conta invece il processo, tutto quello che accade durante l’anno, come arriviamo insieme alla fine, qualcosa che appartiene al tempo scuola e che conoscono solo loro.

L'atto più triste della scuola sono le comunicazioni di commiato alle famiglie ed agli alunni che vengono praticate dopogli scrutini, con il coordinatore che si sacrifica ed assiste i genitori nella fase finale. E' un atto triste e insignificante, molto di più delle cure palliative perché si fa qualcosa che si pone al di fuori del tempo scuola, svilendo e abbassando la valutazione a prodotto di marketing.
I docenti non sono medici e non sono operatori di pompe funebri. Le bocciature fanno sempre male, non esiste alcuna discorsività che possa renderle più leggere e giustificarle perché rimandano ad un tempo di vita comunitaria di esclusiva partecipazione degli alunni e dei docenti.

I docenti sono una categoria stressatissima proprio a causa delle famiglie e dei genitori che sono in crisi ormai strutturale (di ruolo e compiti) ed hanno trasformato la scuola in un capro espiatorio, in un campo minato di emozioni negative, conflitti che si nutrono di conferme e dis-conferme. Invece conta solo una cosa, come si arriva agli scrutini…
Per i docenti esiste oggi la possibilità di week end  in natura, esperienze di rottura con l'ambiente scuola che aiutano a ri-prendere contatto con le risorse interiori ed esperenziali. 

Foto e testo di Carlo Baiamonte: Peppe, un operatore straordinario che si occupa della salute dei docenti sulle Madonie e dintorni