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Renzi, Di Maio e Salvini

Renzi, Di Maio e Salvini

La politica non è roba per i bambini capricciosi

Il 5 Marzo il paese non si è svegliato pacificato. Le elezioni sono state vissute come un’appendice della propria egoità, con spirito di vendetta, ribellione sofisticata, resa dei conti in famiglia, assalto al paese, minaccia di espulsione dei migranti-barbari.
Salvini ottenendo un buon consenso si è legittimato sul terreno nazional-popolare, si è ripreso gli italiani che vengono prima degli italiani, un nutrito gruppetto composto più da coglioncelli (non me ne vogliano gli elettori che l’hanno sostenuto!) che fascistelli, una mistione di bestialità giovanile, ignoranza e pregiudizi verso le istituzioni e i problemi del mondo.

Renzi dopo la disfatta ha svolto i suoi compiti di responsabilità in piena coerenza con l’immagine che si è costruita in questi anni, un self-made di partito che non ha bisogno di nessuno, soprattutto all’interno della sua formazione. Mentre la sconfitta brucia ancora il partito, Renzi sceglie la via comoda di un’analisi centrata sul sistema di colpe di una sinistra che a fasi alterne si è presentata (e continua a presentarsi) divisa. Anche in questa occasione la strategia e il pregiudizio renziano hanno attinto alla recente esperienza del referendum nella quale con un’arroganza che non ha pari nella storia italiana referendaria, Renzi aveva vincolato il mantenimento della sua leadership alla vittoria del Si. Una sconfitta sonora, dopo che sul Si il pd di governo aveva appiattito e allineato tutto l’apparato istituzionale. Le sconfitte, gli errori, la consapevolezza che ogni azione politica in quanto prassi manifesta un ordinario e ovvio grado di imperfezione, non fanno per Matteo Renzi e per il suo staff. Il suo team funzionava come una matrioska perché era stato costruito a misura del suo tratto narcisistico di personalità.  
Oggi dentro il partito che negli ultimi tre anni ha perso quasi la metà dei suoi voti non assistiamo, ad opera del suo leader, ad alcuna azione politica di responsabilità e consapevolezza. Matteo Renzi ha fatto sapere con prontezza a Luigi Di Maio che si ritirerà nelle stanze dell’opposizione, con il suo gruppuscolo di uomini, senza confrontarsi con le altre parti, dopo avere fatto approvare a colpi di fiducia una legge elettorale che inevitabilmente avrebbe creato difficoltà sia alle coalizioni che al partito più votato. Il suo è un solipsismo patologico per il quale non ci sono cure, così come per il suo gruppo dirigente, abituato e piegato da anni ad un comportamento obbediente. L’unico auspicio per il nuovo pd è la disgregazione spontanea, con l’avvio di una nuova fase di costruzione del progetto politico, naturalmente con un Renzi marginalizzato.
In sintesi l'idea di Renzi su quanto accaduto il 4 Marzo si può sintetizzare nell’assunto: ‘Noi non ci siamo spiegati a sufficienza, non siamo riusciti a far comprendere la portata strutturale delle nostre riforme, abbiamo peccato di un difetto di comunicazione pubblica’.

Quando si indeboliscono i meccanismi di partecipazione dal basso, un tipo di esperienza in cui la vecchia sinistra italiana con le sezioni diffuse sul territorio nazionale era maestra, rimangono solo le singole individualità, piccoli reticoli di vassallaggio.
Renzi in questi anni si è comportato come l’uomo delle separazioni congenite. Ha mostrato di non  sapere costruire, cooperare, assumere nuovi punti di vista, accomunare interessi e coltivare progetti. Si è sempre mosso attraverso meccanismi di differenziazione dal contesto e dalle ragioni degli altri, insinuando ragionamenti sugli italiani elementari e deterministici, incapace di emanciparsi dall’idea che il pubblico, la massa, il popolo non possano più essere considerati organismi a sé, ma fortemente stratificati e differenziati. Ad un leader oggi si chiede, in tutto il mondo (a maggior ragione ciò vale per l’Italia, settima potenza mondiale) di condurre un po’ tutti sugli interessi comuni, con coscienza, umiltà e conoscenza delle differenze.
Il suo demerito maggiore risiede nell’aver fatto della competizione l’elemento trainante del progetto politico per superare e vincere la crisi economica. Renzi non è un uomo di sinistra e nemmeno di centro-sinistra. Con un buon grado di incoscienza incarna il modello dicotomico Amico-Nemico di Carl Schmitt, il riferimento più caro alle amministrazioni di destra. Matteo Renzi è apprezzato da una certa destra perché decide sempre, a tutti i costi, a scapito della norma e della partecipazione. Non a caso va d’accordo col machiavellico Napolitano.

Luigi Di Maio probabilmente detiene tutte le carte per essere incaricato dal Presidente Mattarella a provare a formare una maggioranza. Detiene il consenso popolare. In questa fase lunga e difficile abbiamo però bisogno di diventare un po’ tedeschi.
Angela Merkel, il cui partito aveva ottenuto lo stesso grado di consenso del Movimento di Di Maio, qualche mese fa non ha stilato la lista dei ministri, elencato le priorità e poi cercato i voti. Al contrario, non avendo ottenuto la maggioranza per governare  da sola, ha incontrato tutte le parti elette e rappresentate e, a seguito di faticosi accordi, ha messo a punto un programma condiviso con l'Spd a cui sono andati otto dicasteri. Un atteggiamento normale, semplice, razionale che richiede un clima disteso e toglie l'impressione a tutti i partiti di procedere sui carboni ardenti. Perché la politica non è un effetto compulsivo delle elezioni, una roba da bambini capriccosi, non è nemmeno una scienza esatta ma si può avvicinare alla ragionevolezza, tanto.