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Quando hai diciassette anni non fai veramente sul serio

Quando hai diciassette anni non fai veramente sul serio

Gli adolescenti sul molo di Mondello vincono il tempo e la distanza tra le generazioni 

Quando hai diciassette anni non fai veramente sul serio. L'aforisma di Jean Nicolas Arthur Rimbaud coglie l'essenza della fase adolescenziale senza alcun bisogno di scomodare facili e banali teorie pedagogiche. L'adolescenza si può anche antropizzare ma probabilmente si deve contestualizzare in uno spazio geografico locale.
Essere adolescenti a Palermo senza avere potuto interiorizzare Mondello assomiglia per quelli della mia generazione ad una specie di mutilazione, una vittoria senza trofeo, un cielo senza nuvole, piatto e fotograficamente inutile. 

Mondello rimane il paradigma della mia spensieratezza, una specie di leggera e incerta identità singolare, giocata tra molo, mare, sabbia, vespone.
Commuove e inorgoglisce fotografare adolescenti che apparentemente hanno un tempo infinito da impiegare. Le cose infatti, e non solo per gli adolescenti di oggi, non stanno proprio così. Invischiati in una ragnatela ordinata e razionale di impegni scolastici difficilmente hanno tempo da dedicare a loro stessi.
Incoscienza e obbedienza sono la dicotomia perfetta del loro modo di essere. Schiacciati dalle responsabilità e dalle richieste del mondo adulto appena possono, come i gatti che tieni in appartamento, cercano la porta di casa e tentano la fuga.

Fuga mi pare una parola-chiave per eccellenza, 'adolescenziale'. Conservo un ricordo dei miei sedici anni improntato al sentimento di fuga. Fuggivo per mezzo dei libri e dei film ma rubavo anche i vinili a mio zio che aveva gusti musicali sopraffini (Pink Floyd, Police, Dire Straits, Bob Dylan).

Scappavo da mia madre, da mia nonna e dalla miseria della borgata in cui abitavo, avvezza a farsi i cazzi altrui, e cercavo esperienze nuove. Scappavo col vespone 125 bianco, anche da solo, in cerca di uno spiraglio utile e cercavo spazi vitali.

Era un via vai di azioni ripetitive: l’ansia di negoziare orari di rientro, le frustrazioni accumulate per tornare in tempo, le strategie messe in campo per giustificare i ritardi, le telefonate dall’apparecchio fisso agli amici in una postazione quasi pubblica, collocata nel corridoio di casa che diventava spesso una zona di bivacco.
Una fase critica, in cui per gli altri devi essere più o meno a posto ma da solo non riesci a tirare il fiato davanti allo specchio.
In buona misura forse il mio sentimento di vicinanza alla condizione degli adolescenti che coltivo ancora oggi è dipeso dall’avere vissuto quella fase come una zona franca, un terreno che conquistavo ogni giorno contrastando l’ansia materna e una condizione educativa in cui ogni cambiamento era pregiudiziale. Per il mondo degli adulti gli adolescenti hanno quasi sempre torto e dovremmo invece parteggiare per loro (e con loro) un po’ più spesso, senza sentirci offesi e traditi.
Il mio lavoro mi consente di incontrarne almeno cento ogni giorno e di sorridere spesso con loro. Credo che questa sia una gran fortuna. Non so quanto lo sia per loro, per me sicuramente.