MENU ×
Penna in Buca. Rubrica di Viviana Stiscia. Seconda puntata: Storia di una punta.

Penna in Buca. Rubrica di Viviana Stiscia. Seconda puntata: Storia di una punta.

Avrei voluto avere la punta e non pensate si tratti di una indecente metafora di freudiana memoria.

No, sareste del tutto fuori strada. Avrei voluto essere appuntita: naso appuntito, mento appuntito, seni appuntiti, ginocchia e gomiti appuntiti, dita dei piedi e delle mani elegantemente appuntite. Ma la natura matrigna non volle realizzare questo mio desiderio e mi fece palluzza, come amava chiamarmi papà. In effetti ero e sono rimasta una sintesi abbastanza proporzionata di palline, più o meno grandi, unite tra loro a formare … una gigantesca palla. E qui la metafora della rompi cabbasisi potrebbe cadere a fagiolo.

D’altronde, se tutti preferissimo le matite spuntate, nessuno avrebbe creato il temperamatite. Ma che cosa c’entra? Si potrebbe obiettare. Se una matita non ha la punta perde la propria funzionalità! E questo non posso che ammetterlo. Ma vogliamo mettere a confronto l’eleganza di una matita appena temperata che sinuosa scorre come una étoile sul proscenio tracciando con la sua punta silenziose linee, con la goffaggine della mina tonda che come un tir traccia rumorosamente autostrade di grafite indelebili come quelle di una biro, mandando in bestia piccoli allievi e artisti?

Ed a proposito di étoile, ecco, se fossi stata appuntita, avrei avuto molte più speranze di realizzare un altro mio sogno, il più grande: il sogno di danzare sulle punte. Ci ho provato, per anni l’ho fatto, con amore e dedizione, ma le mie troppe rotondità me lo hanno impedito: ah, fossi stata più appuntita!

Nelle relazioni personali mi dicono, invece, sempre più spesso e sempre più persone, la punta spuntò! Ne rimango ogni giorno più basita. Non me ne accorgo affatto ed una profonda crisi di identità mi coglie: ma com’è possibile che una spuntata diventi appuntita solo quando non vorrebbe e, peraltro, senza esserne consapevole? Qui si sta compiendo una vera catastrofe esistenziale.

Se fossi appuntita entrerei in punta di piedi nelle stanze e nella vita degli altri, come credo di essermi sempre sforzata di fare. E questa punta che spuntò, allora, non è una vera e propria punta, è uno spigolo! Impariamo a moderare i termini, e che diamine, perché qua ne va della mia identità. Sono o non sono appuntita?

Avrei voluto e vorrei essere appuntita in tutte, ma proprio tutte, le accezioni del termine: elegantemente appuntita, muovermi silenziosamente sulle mie scarpette di raso rosa sul proscenio della vita dinnanzi ad un pubblico commosso per essere entrata in punta di piedi, senza urtare l’animo e la suscettibilità di nessuno, ma lasciando dietro di me giusto una punta di emozione.

Tutto questo lo avrei voluto, ma nacqui palluzza. Chissà dove rotolerò? 

 

Viviana Stiscia* 


(*) Nata nel 1960, due giorni dopo Fiorello – saperlo la fa sentire più giovane – mai cresciuta, ancora in vita, sempre pronta a raccontare di questa aneddoti dolceamari, tanto veri quanto buffi. Ma anche amori, sogni, flussi di coscienza, mondi reali solo in un tempo che non c’è. Insegnante di filosofia e psicopedagogista, ma questo è soltanto ciò che fa, non ciò che è, e non ama si confondano le cose. Essere stata precaria ha forgiato la sua personalità al punto tale che ogni forma di stabilità la spaventa, tanto quanto l’anela. Madre di Alessandro, dedica a lui ogni attimo, ogni parola che, d’ora in poi, sussurrerà ai vostri occhi, se solo lo vorrete.