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Penna in Buca: Gina e Fernando (Prima parte) Rubrica di Viviana Stiscia.

Penna in Buca: Gina e Fernando (Prima parte) Rubrica di Viviana Stiscia.

Tutto avrei immaginato, ma mai questo. Io nuda con uno sconosciuto, per giunta cliente dell’albergo, rischio di essere licenziata perché? Perché lui mi ritragga? Ma che stupida.

Certo una bella idea questa. Complimenti Fernà, complimenti davvero. Portarmela qui, davanti agli occhi miei, la cuginetta. E da dove sarebbe spuntata fuori questa cuginetta?  Ché io non me ne accorgo che ride ad ogni tua stupida battuta? E l’osservo – povera lei – pendere dai tuoi occhi che si abbassano come la saracinesca di quel bar sotto casa, ché il barista tiene famiglia e deve andare via ed io mi tengo la sete. E quanta sete mi sono tenuta con te, quanta Fernà e tu lo sai. Eppure, sto qua e sto qua e sto qua. E tu fesserie a me non me ne devi raccontare che tanto io ti so, caro mio, ti conosco meglio di queste tasche mie, che ogni tanto ce la trovo una monetina scordata, ma di te non scordo nulla, stanne certo.

Un romanzo posso scrivere sul “Grande Botero” e forse pure ricca divento. Ma no, non temere, che non ti tradisco. E quando mai t’ho tradito io a te?

Lei avrà più o meno la mia età, ma quella che avevo nel ’54, quando ci siamo conosciuti.

Mentre sto rifacendo il letto della tua stanza d’albergo, tu entri all’improvviso, hai dimenticato il cappello. Io sono china e intenta al mio lavoro che ancora il mese di prova non l’ho finito e ci tengo a che il letto del mio cliente sia perfetto. Ma ho solo 15 anni, non sono bravissima. A casa il lettone lo rifà mamma e arrivare al centro, dove questi due maledetti e pesantissimi materassi si separano, è davvero difficile per me. Sono assorta e la mano sudaticcia lascia l’impronta sul tuo cuscino. Un sobbalzo ai tuoi passi. Che vergogna, chissà se l’hai vista quell’impronta. Ma tu non guardi, né il cuscino né me. Vai via dandomi le spalle e quasi quasi penso che non mi abbia notata affatto. E invece, no: “E tu mangia, ragazzina, che la forza per questo non ce l’hai. Quelle gambe sono sottili come coste di sedano. Mah”.

E mi lasci così, a capo chino, a guardare quelle cannucce dentro i calzettoni bianchi chiedendomi il senso di quel “Mah”.  Ho 15 anni e non so ancora quante altre volte terrò il capo chino davanti o per te.

Una mattina mi accorgo che ti sto aspettando. Ti aspetto, solo ora me ne accorgo, mentre mangio ancora un’altra fetta di pane e burro e prego che le mie gambe, ormai ben piene, attirino il tuo sguardo. E, ancora una volta, mi passi davanti e non mi guardi. Eppure mi vedi: “Oh, così va già meglio. Ma devi mangiarne di pane duro tu per …”. Per, per, per che cosa? Cosa vuoi dirmi? A cosa stai pensando? Vorrei chiedertelo, ma tu hai già girato l’angolo ed io giro i tacchi e torno a rifarti il letto.

E’ il 15 febbraio. Il nostro primo incontro è avvenuto proprio un anno e 22 kg. fa

Questa volta sono decisa e te lo chiedo: Vado bene così? Vado bene per …? Ti avvicini, poggi i tuoi occhi su di me, ma non tanto che io possa vederne il colore. Mi chiedi di spogliarmi. Forse vorrei dirti di no. E’ la prima volta per me. Ma è proprio quello che voglio. Ad occhi socchiusi aspetto un tuo bacio, ma ti avvicini stringendo un pennello tra i denti come la rosa del torero.

Che fai? Non capisco. Io non so nulla dell’amore, ma il pennello, perché? Con le tue mani forti e gelate, stringi con decisione, ma senza farmi male, le mie braccia costringendomi a sedere sullo sgabello ai piedi del letto. Sei bellissimo, fin dove oso guardarti, ma non tenermi seduta, non capisco e non voglio. Da sotto il letto sfili una grande tela. “Sei un pittore? Ma io …”. Mi zittisci sfiorandomi con l’indice della tua mano le labbra. “Hai proprio ragione. Alzati, dammi le spalle e resta ferma lì. Ti sei fatta un bel sedere a mandolino, lo sai? Ferma così. Sei perfetta”.

Tutto avrei immaginato, ma mai questo. Io nuda con uno sconosciuto, per giunta cliente dell’albergo, rischio di essere licenziata perché? Perché lui mi ritragga? Ma che stupida.

Donna oggetto, avrebbero detto di me. Ma che donna oggetto e donna oggetto! Io sono la tua modella e per me questo è affetto.

Passano i giorni, gonfio il mio ventre di cibo ed il tuo Ego di attenzioni, quasi fossimo tacchini. Non vedo mai il mio ritratto ancora incompleto. Lo copri con un lenzuolo per impedirmelo. Ma oggi scivola il sudore dalla tua fronte e non è fatica, sei emozionato: il capolavoro è completo. Sento che il cuore mi scoppia in gola prima che tu lo giri verso di me, ma quel che accade adesso è quanto di più inatteso possa avvenire. D’ora in poi io saprò qual è il vero volto di Botero, quello che nessuno mai conoscerà, nessun critico d’arte, nessuna delle tue tre moglie e dei tuoi figli. Io, soltanto io, Gina, la cameriera che viene dal sud a rifarti il letto in Toscana, io ti so. Giri il quadro piano piano, come il vero giocatore spizzica le carte. Tratteniamo il respiro ed eccolo: il mandolino. Hai dipinto un mandolino. Un mandolino vero dal foro molto piccolo perché risulti dilatato, goffo, grasso proprio come me. Questo è il primo quadro di quello che chiameranno “il grande cambiamento” di Botero dall’arte rinascimentale alla sua originale, unica. Ma nessuno saprà mai come e quando avvenne veramente. Nessuno saprà che quel mandolino è il mio sedere.

Reagisco alla voglia di ammazzarti rivendicando la bellezza di questo quadro e delle mie forme che te lo hanno ispirato. Sorrido come un’idiota e tu mi blocchi lì. “Ferma, hai il sorriso della Gioconda!”. Io non lo so chi è Gioconda. Certo una che ti odiava come me adesso. Mi sfili la camicia e mi intimi la paralisi del volto. Nuda, ancora nuda. Sarà solo uno schizzo, me lo prometti, sei stanco, quel mandolino ti ha tolto ogni energia, ma il mio sorriso lo devi immortalare. Sì, ma perché nuda?

Questa domanda te la faccio ogni giorno, mentre le mie gambe da coste di sedano son diventate mortadelle insaccate in calze a rete. La faccia tonda e turgida mi fa più piccolina e questo a me non piace, ma a te sì. E ancora un giorno e un altro ancora ed oggi si ripete il rito del “volta quadro”: scivola il sudore dalla tua fronte e non è fatica, sei emozionato, mentre io sento che il cuore mi scoppia in gola. Eccola, la “Monna Lisa all’età di dodici anni”. Ecco chi è Gioconda. Ma è vestita! Allora perché io sempre nuda? Perché? “Hai forse gli abiti incollati addosso?  – mi chiedi con quella superiorità che ti riconosco – Prima ho dipinto Monna Lisa e poi l’ho vestita, solo così traspariranno le sue forme in tutta la loro generosità”.

Ho forme generose, solo questo mi importa di quanto hai detto e il freddo che ho provato l’ho già dimenticato. Questi due quadri sono doni per me. Sono io attraverso i tuoi occhi, quelli mai visti.

Viviana Stiscia (*)

(*) Nata nel 1960, due giorni dopo Fiorello – saperlo la fa sentire più giovane – mai cresciuta, ancora in vita, sempre pronta a raccontare di questa aneddoti dolceamari, tanto veri quanto buffi. Ma anche amori, sogni, flussi di coscienza, mondi reali solo in un tempo che non c’è. Insegnante di filosofia e psicopedagogista, ma questo è soltanto ciò che fa, non ciò che è, e non ama si confondano le cose. Essere stata precaria ha forgiato la sua personalità al punto tale che ogni forma di stabilità la spaventa, tanto quanto l’anela. Madre di Alessandro, dedica a lui ogni attimo, ogni parola che, d’ora in poi, sussurrerà ai vostri occhi, se solo lo vorrete.

Foto: Viviana Stiscia fotografata da Giusy Tarantino