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Penna in Buca. Rubrica di Viviana Stiscia. Prima puntata: Mister Beatle

Penna in Buca. Rubrica di Viviana Stiscia. Prima puntata: Mister Beatle

Lo scarafaggio è quattro volte più reattivo dell’uomo. Difficile prenderlo! Noi della Baygon lo sappiamo!› recita una recentissima, ma ahimè, non consolatoria pubblicità.

 

Eccolo, torna di nuovo. Sta proprio qui, alla base del collo o un po’ più su.

È il groppo che mi annoda la gola ogni volta che il pensiero si poggia su di me, ormai troppo vecchia per lavorare di testa e ancora troppo “giovane” per meritare la pensione che avrebbe bisogno di tanti anni ancora per maturare.

Quando il groppo si sposta, mi soffoca e mi dà le vertigini, ma la sua presenza segna la mia identità: sono stata una precaria per tanti anni e di precarietà non si guarisce.

Da qualche tempo, però, fantastico le soluzioni più improbabili e mi capita sempre più spesso di carezzare l’idea di diventare una coltivatrice diretta. Sì, una contadina che ama Kant e che, sino a cinquant’anni, ha coltivato solo i gerani del proprio balcone!

"Ed il terreno, potrò averlo in concessione? Quanto produrre per riuscire a vivere di agricoltura? Ma soprattutto, avrò l’energia e la forza fisica necessarie per lavorare la terra?  ‘A terra è vascia!  Riecheggia nelle mie orecchie un vecchio motto contadino."

Ogni risposta sospinge sempre più in là il mio sogno e mentre rido delle mie ingenue illusioni cui resto ostinatamente fedele - come sempre mi accade -  il mio sorriso si spegne come un cerino nell’acqua.

Sta lì, a pochi passi da me, nero, lucido, spaventosamente mobile. Le antenne lunghe e sottili danzano nell’aria che sembra farsi sempre più rarefatta a causa di quella inquietante presenza.

Il nodo alla gola si scioglie in un conato di disgusto. E lui, ignaro o indifferente, sta lì coll’arroganza di un padrone che segna il suo territorio.

Resto immobile tentando di bloccarlo con lo sguardo mentre lo imploro di non rintanarsi tra le stoviglie in cucina, ma mi sembra di scorgere un riso beffardo su quella sfacciata bocca da scarafaggio.

La paura mi paralizza, ma non mi impedisce di pensare ed i miei pensieri si sdoppiano in nuove tecniche di sterminio di indesiderati ospiti e strane fantasie su come poter utilizzare la dirompente energia sprigionata dalla paura stessa.

La minaccia genera paura e la paura genera dipendenza e remissione incondizionata: in questo momento quel mostro in abito scuro mi ha in pugno, ogni mia priorità gli cede il passo, il nastro trasportatore della catena di montaggio dei miei pensieri si è inceppato proprio lì su quel generatore di paura che sguscia sotto il frigo. E il non vederlo non riduce il peso della sua minacciosa presenza che tento di cancellare eliminando con l’alcool ogni invisibile traccia del suo rapidissimo passaggio.

"Lo scarafaggio è quattro volte più reattivo dell’uomo. Difficile prenderlo! Noi della Baygon lo sappiamo!› recita una recentissima, ma ahimè, non consolatoria pubblicità."

Voglio illudermi che sia tornato dai suoi figli, immaginarlo padre dovrebbe intenerirmi e smorzare le mie paure, ma al contrario ha un effetto moltiplicatore: ho tanta paura quanti immagino possano essere i suoi figli!!!

Svelta, svelta, è uscito! E invoco il DDT come mi ostino a chiamare qualsivoglia insetticida.  Ma, se lo becco, dove andrà a morire? Chiudo la stanza da letto, ma il mostro potrebbe appiattirsi e scivolare sotto questa porta senza alcun rispetto per la mia intimità!

Sfinita, mi fermo a riflettere: per Hobbes,  sarebbe stata proprio la paura a spingere gli uomini a riunirsi in società rinunciando alla propria illimitata libertà originaria. Ora, cosa potrebbe provocare in me qui da sola con quest’essere che mi minaccia? La paura potrebbe diventare la mia arma, il mio unguento per sciogliere quell’insostenibile groppo che mi annoda la gola. La paura: un farmaco omeopatico, sconfiggerla con i suoi stessi meccanismi.

Ma, un attimo, io sto respirando, sto respirando profondamente! Il nodo, quello che stava alla base del collo o un po’ più su, quello che mi annodava la gola, per questi interminabili secondi di frenesia si è sciolto, è sceso alla pancia, l’ho digerito! Ma non c’è tempo per gioire, il mio ospite in abito nero si è ritirato nei suoi ignobili appartamenti ed io sento quel solito groppo riannodarmi la gola!

In fondo, avrei dovuto ringraziare quell’intruso: lui da solo, dal basso dei suoi pochi millimetri, è riuscito laddove io, esemplare di specie umana corroborata da sedativi e validi analisti, non sono mai riuscita!

Mister Beatle ha, per qualche attimo, mimetizzato le mie paure.

Lui, un misero, disgustoso, subdolo scarafaggio è riuscito, con la sola forza della sua presenza a dare corpo alla mia indefinibile angoscia per il futuro, trasformandola in una ben più tangibile e, pertanto, controllabile, paura per il presente.

I miei omaggi, Mister Beatle. Lieta di averLa avuta come mio ospite!

Viviana Stiscia* 


(*) Nata nel 1960, due giorni dopo Fiorello – saperlo la fa sentire più giovane – mai cresciuta, ancora in vita, sempre pronta a raccontare di questa aneddoti dolceamari, tanto veri quanto buffi. Ma anche amori, sogni, flussi di coscienza, mondi reali solo in un tempo che non c’è. Insegnante di filosofia e psicopedagogista, ma questo è soltanto ciò che fa, non ciò che è, e non ama si confondano le cose. Essere stata precaria ha forgiato la sua personalità al punto tale che ogni forma di stabilità la spaventa, tanto quanto l’anela. Madre di Alessandro, dedica a lui ogni attimo, ogni parola che, d’ora in poi, sussurrerà ai vostri occhi, se solo lo vorrete.