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Palermo tra sentimenti di Fuga e Waterfront

Palermo tra sentimenti di Fuga e Waterfront

In molte occasioni ho utilizzato un traghetto per allontanarmi da Palermo. Il momento in cui il traghetto, questo pezzettino di mondo, pieno di interessi diversi, si scosta dal molo può essere vissuto con tante sensazioni. Credo dipenda in larga misura dalla motivazione correlata alla partenza, dallo stato d’animo e dai caratteri del luogo dal quale ci si sta allontanando. In senso emotivo ogni luogo assume un significato e nella pregnanza globale può esserci una prevalente chiusura o apertura, desiderio di fuga o di permanenza.
I waterfront non sono uguali e quello di Palermo è caratterizzato dalla simbiosi del verde del grande prato e dell’azzurro del mare. Man mano che ti allontani Porta Felice diventa più piccola e il cassaro, se parti la sera, assomiglia ad un fruscio di luci in movimento come se si stesse svegliando, una verticale solenne verso la cattedrale e Monreale, una via di fuga tra poesia e campagna militarizzata. L’accostamento può sembrare incongruente ma quando mi allontano dalla mia città provo un sentimento ambivalente. Per un verso ci si può sentire un tutto integrato, una specie di agglomerato emozionale di quanto può davvero significare vivere a Palermo, una città con una spinta vitale che ti può risolvere una mattinata nera con una faccia, un panino con le panelle, un gruppetto di giapponesi che vanno in giro per il centro storico e non capiscono una mazza. In altro senso Palermo mi sembra assomigli ad una caserma, uno spazio chiuso, un campo minato, un luogo in cui accadono sempre le stesse cose, in cui pochi comandano e allora ti adegui e sopporti.
E scappi.
La città diventa sempre più piccola, ti affacci dal ponte del traghetto insieme agli altri, spariscono le magagne, rimane solo lo spettacolo, il senso dell’appartenenza e del ritorno possibile.