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Palermo 2018 capitale della cultura. Che facciamo nelle periferie?

Palermo 2018 capitale della cultura. Che facciamo nelle periferie?

Il titolo di Capitale della cultura 2018 può diventare un grande festival dei corti e dei docufilm dove si raccontano tantissime storie e tutti si rallegrano 

Palermo capitale della cultura 2018. La prima domanda che mi viene in mente riguarda la programmazione. Qualcuno ci sta pensando ad organizzare un calendario di eventi? Innescare qualche processo nuovo? Chi deve farlo? Lo stanno già sta facendo? E come?
Può essere una bella occasione per ottenere un ruolo credibile tra i palermitani e in mezzo al mediterraneo, tra i quartieri, tra pezzi diversi di tessuto urbano che al momento comunicano tra di loro solo attraverso il tram.

Noi vantiamo una tradizionale storia di contaminazione tra popoli e civiltà, con dominazioni feroci e dominazioni morbide, possiamo fare la fine di Atlantide o raggiungere l’eccellenza, articolare uno spazio interessante per creare iniziative innovative nell’ambito della comunicazione e dell’interazione tra arti e artigianato.

Ci sono un centinaio di scolaresche del nord che ogni anno vengono a svolgere percorsi di alternanza scuola lavoro nei quartieri Ballarò-Vucciria per registrare eccellenze e buone prassi. Un micro mondo di azioni e di energie che rimangono però chiuse nel centro storico e nelle piccole seppure straordinarie corporazioni di associazioni e cartelli.

Palermo è anche una città divisa e in profonda depressione, senza geografia economica perché la relazione con il mare è stata indebolita nella parte sud est dal sacco di Palermo e dalla demolizione progressiva del comparto cantieristico. Le sue  infrastrutture hanno conosciuto qualche miglioramento ma arrancano e si sviluppano con un ritardo di trent’anni rispetto alla media europea, la sua agricoltura è stata uccisa dalla speculazione edilizia, il suo sviluppo urbanistico e commerciale dalla mafia, il suo ossigeno si è dissipato nel disagio della periferia.  Durante le festività natalizie due famiglie a Ciaculli hanno occupato un bene confiscato alla mafia, uno spazio virtuoso gestito da un’associazione che aveva creato in due anni un percorso vita fruito da scuole e turisti. Producevano anche marmellate e liquori artigianali con il tardivo. Probabilmente il bene è stato segnalato da residenti della borgata ed è stato fatto occupare in maniera funzionale. Un’associazione che produce legalità può diventare una sentinella scomoda per un territorio che si è sempre autogovernato.
E allora che ci facciamo con questo titolo? A Palermo, nelle periferie non si respira e abbiamo l’occasione di farla conoscere tutta, metterla per intero su un vagone e farla viaggiare senza lasciare un pezzo indietro, creando pratiche culturali sostenibili usando le risorse presenti nei quartieri, cercando di evitare che si veicolino sempre i Quattro Canti e la Cappella Palatina  che hanno già vinto venti oscar. Risorse che potrebbero poi camminare sulle loro gambe, diventare altre risorse, contrastare lo spirito egoistico e violento dell'altra cultura mafiosa che ancora spopola.

Il titolo di Capitale della cultura 2018 io lo vedo un po’ come un grande festival dei corti e dei docufilm dove si raccontano storie e si disseminano punti di vista coraggiosi e sperimentali, si spendono pochi soldi, si mangiano panini con la salsiccia e si beve vino rosso insieme ai più giovani, creando opportunità,  portando il teatro, la pittura, la fotografia, la lettura, l’artigianato fuori dai luoghi convenzionali.
Invece si corre il rischio che nelle menti istituzionali che si occuperanno del calendario degli eventi ad un certo punto insorga la domanda ideologizzata: “Che cosa facciamo a Bonagia, allo Sperone, allo Zen, a Borgo Nuovo? E qualcuno potrebbe rispondere:” A Natale mandiamo due zampognari e un paio di babbi per distribuire caramelle”.