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La scuola che non piace più

La scuola che non piace più

E' servita una pandemia per far sì che ci disaffezionasse ad uno dei momenti cruciali della vita di una scuola superiore: l'esame di stato. Per noi docenti però questo momento aveva una forte valenza simbolica, tanto che nella nostra mente sopravvive come LA MATURITA'. E' un passaggio cruciale e ritualistico non solo per gli alunni ma anche per chi insegna. Accompagnarli sino alla fine, stemperare il peso delle fatiche di un intero anno scolastico in una situazione "destrutturata", con colleghi nuovi e altre esperienze di scuola. Ci si esprime in un'area di maggior respiro e ci si confronta col sistema (direbbero i sociologi!), ratificando anche piccole porzioni di status che, vuoi o non vuoi, in maniera burocratica, autoritara, competente o permissiva, verranno veicolate verso l'esterno. Il commissario è funzione pubblica e può influenzare l'esperienza dell'esame, trasformarla in un trauma o ridurla ad una formalità. 

Nel chiacchericcio di corridoio che sulla scuola e sulla nostra condizione di prof dice molto di più di un qualsiasi rapporto istituzionale di autovalutazione, sperimento ogni giorno che questo ritorno all'esame di stato tradizionale, previsto tra poco più di un mese, assomiglia ad un feticcio che vorremmo avere rinchiuso in un baule, qualcosa che non ci riguarda più, non nella misura in cui ci riguardava sino al 2019. Nessuno di noi si straccerà le vesti per difendere l'epilogo di un modo di fare scuola che ormai appare privo di senso, insieme alla documentazione infinita di griglie, simulate, elenchi di progetti e attività svolte, analisi del pregresso e dell'avanzamento. Il documento del 15 maggio appare come quelle foto di famiglia americana degli anni settanta dove tutti i soggetti ritratti sorridono e sono in tiro. Se la foto è stata scattata nell'interno di un salotto e c'e anche un tappeto, state certi che il gruppo sotto il tappeto ha seppellito più di un cadavere.
E che dire delle stesse prove scritte che non rivestono alcun significato rispetto al profilo di competenze che oggi viene richiesto ad una matricola universitaria. Questa però è un'altra storia. Riguarda più il mercato ed alcune nefandezze del modello competitivo che ha fatto l'ingresso nelle università e vuole tutti in riga nel fare le scarpe all'altro e nel tirare quante più risorse finanziarie per il proprio dipartimento. 

Ad ogni modo ci imbarchiamo tutti in questa saga del ritorno alla commissione mista, alle prove scritte, l'italiano prova nazionale che sa di expo che fa finta di essere inclusiva, la prova di indirizzo a tutti i costi funzionale alla presa di coscienza del candidato che tutto sommato sono stati cinque anni utili e a tredici anni ci ha visto giusto.

Gli alunni quest'anno sono preoccupati di misurarsi con adulti che non conoscono ma si affideranno ai dispositivi che hanno ampiamente sperimentato per sopravvivere ad una scuola vecchia e polverosa. Non dimentichiamo che questi commissari spesso sono adulti in crisi, accattoni della ricerca, professionisti frustrati che hanno un'idea della scuola molto più interessante di quella propinata dai ministri. Sono poi anche professionisti in burn out. Sono anche professionisti che in questi lunghi anni hanno dato un senso al loro lavoro, nonostante il clima perpetrato da più parti (genitori e famiglie inclusi), di indifferenza alla scuola. Molti di loro ci credono ancora.

Voi studenti però studiate. Nel cinismo di questo esame di stato studiate di quello studio maledettissimo oramai dell'ultimo mese, così come eravamo abituati a farlo sino al 9 marzo 2020.