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La castrazione chimica per gli analfabeti funzionali

La castrazione chimica per gli analfabeti funzionali

Esiste un portale che promuove la patente per il voto. All'inizio mi sembrava una iniziativa dei pastafariani poi mi sono ricreduto

Il dibattito sull’analfabetismo funzionale assomiglia sempre di più alla vecchia questione della castrazione chimica, evidente e assiomatica quanto banale, astratta e impraticabile. La castrazione, chimicamente non funziona, piace  però  al pubblico perché l’idea di evirare un maschio in generale costituisce sempre una fonte di soddisfazione. Se il maschio è poi un pedofilo o uno stupratore seriale la gratificazione aumenta, come accadeva probabilmente nella notte dei tempi in cui si praticava la legge del taglione. In linea di principio fa sentire bene, epurati come con le migliori tisane drenanti.

Gli analfabeti funzionali esistono e sono sempre esistiti. Semplicemente, a causa dei meccanismi di stratificazione sociale e di selezione delle relazioni comunicative, non potevamo incontrarli perché sceglievamo accuratamente le nostre occupazioni, le scuole per i nostri figli, le palestre, i ristoranti, le pizzerie, i bar, parrucchieri e barbieri. Noi ascoltavamo la nostra musica, ci guardavamo i nostri film, frequentavamo persone perbene con le quali si ragionava e si litigava, con dialettica e capacità di distanziare la sfera personale da quella della discussione in atto.

Gli analfabeti funzionali sono sempre esistiti e li abbiamo etichettati in tante maniere. Dalle parti di Palermo sono i tasci che incontri sui mezzi pubblici senza biglietto o negli eurobet. Sono senza differenze di genere e non sopportano le istituzioni, il pensiero astratto, i gruppi organizzati.

Un esempio di analfabeta funzionale, una specie di archetipo, è costituito dalle mamme che dopo avere lasciato la mattina i figli a scuola rimangono a sostare nello spazio antistante. Quello spazio da non-luogo originario, frutto di pregiudizi verso la finalità dell’istruzione, si trasforma in un luogo di pettegolezzo e di socialità; sul marciapiede davanti il cancello, insieme alle altre mamme troverai certamente qualcuno di cui parlare male, potrai suddidere tutti in amici e nemici, buoni e cattivi come nei western di Sergio Leone.  

Il dramma dei nostri giorni è che l’analfabeta funzionale ce lo ritroviamo addosso perché camminando con il nostro dispositivo involontariamente ci colleghiamo ai suoi umori e al suo sentimento antisociale. Sono molto forti, sono pervasivi, sono stalker dei neuroni, ti trascinano nella loro merda e devi fare attenzione perché nel web ci metti due minuti a diventare come loro.

Quando a 17-18 anni leggevo gli aforismi di Nietzsche all’inizio ci rimanevo male, mi sembrava che quello che sarebbe diventato il filosofo più adorato esagerasse con la mia adolescenza, ancora incartata con i valori del corso per la cresima. Se lo leggevo con una maggiore regolarità però succedeva che pian piano riuscivo a contenere lo sgomento perché oltre a scardinare quelle poche certezze che potevo avere a diciotto anni, Nietzsche mi aiutava a sdrammatizzare, a non prendermi troppo sul serio, a dimenticare il suo esercizio sospettoso. Ti aiutava con lo spirito letterario dei suoi passi, la sua eleganza, il suo humor da professore ancora legato alla cultura accademica.

Scopro nella rete l’esistenza di un portale che promuove la patente per il voto. Credo si tratti dellla peggiore forma di reazionarismo verso gli analfabeti funzionali. Il voto secondo questa élite te lo devi guadagnare. Non è sufficiente la maggiore età, devi dimostrare una coscienza di cittadinanza, una competenza di valutazione dei programmi, delle liste, dei candidati. Devi ottenere la patente come già accade da anni in campo informatico o con le certificazioni linguistiche, oppure con i corsi sulla sicurezza dei lavoratori.

L’analfabetismo funzionale ha fatto incazzare i cittadini istruiti, al punto che vogliono tornare al vecchio ideale della tecnocrazia, a costituire gruppi sociali con una solida nomenclatura. Un progetto che solo a immaginarlo procura una forma di delirio storiografico che ci ricorda le peggiori cose, le idiozie più sistematiche e razionali, i progetti più antiumanitari. Se dovessero trasformare questa malattia giuridica autoimmune in una proposta di legge dovremo certo ricorrere al Tribunale dell’Aia.

A quel punto dovremmo stare dalla parte degli analfabeti e difendere il loro diritto di parola dalla castrazione chimica con patete a punti.