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La casa dei mandarini

La casa dei mandarini

Allora esistevano forti reti sociali, perdute negli odori degli agrumi e della terra

Da ragazzo vivevo nella casa dei miei genitori, in zona Guarnaschelli, una popolosa  borgata di Palermo,  quella che non è mai stata parte della città e neppure della periferia ma, piuttosto, un’appendice del più vicino paese, che è Villabate. La nostra Via, chiamata Baglio, scimmiottando il più conosciuto cortile delle masserie, era una strada larga  tre metri fiancheggiata da case basse, tutte abitate da parenti che avevano dato il nome alla via. In tempi lontani l’imbocco del Baglio era chiuso con cancello e quindi la strada era senza uscita e terminava nei campi. In effetti, però,  uno sbocco ce l’aveva: si trattava di una stradina che conduceva a Vicolo Palma e alla vicina piazza delle “Calabrie” (così chiamata dal cognome dei residenti). 

Non ci sentivamo parte della città, eravamo distanti per cultura, per modo di vivere, per modo di essere,  tanto che mia madre e i miei parenti, quando si recavano in città dicevano “vado a Palermo” come  se Guarnaschelli non fosse Palermo, e ci mettevamo anche il vestito buono per andare in città, come se fosse un evento da mettere in risalto.

Il Baglio viveva una vita lenta fatta di cose quotidiane ed essenziali che avevano origine in ore ancora buie ed altrettanto presto terminavano la sera. Gli uomini erano dediti a coltivare la terra, alcuni presso  latifondisti ed altri nel proprio appezzamento, generalmente coltivato ad ortaggi.

Vita lenta come era lento il germogliare degli ortaggi che, in un rito ormai consolidato e ripetuto, si presentava stagione dopo stagione.

Mio padre coltivava un grosso appezzamento di terreno che ci consentiva di vivere con le verdure e gli ortaggi freschi e ne risultava anche una parte destinata al mercato. C’era un tempo che dovevo dedicare alle novelle piantine di pomodoro che “abbeveravo” mediante una  latta vuota di pelati che si riforniva da un più capiente secchio e dell’acqua prelevata dal vicino ruscello. Scorreva lenta la vita nel borgo e il sabato pomeriggio  e la domenica mattina  erano giornate che gli uomini, che     lavoravano per altri, dedicavano al proprio orto e alle proprie necessità sempre rinviate a causa del duro lavoro nei campi, sempre con la schiena bassa sopra le zolle dure che la zappa dal nodoso manico segnava la mani callose. Si sentiva l’odore della terra polverosa, per la scarsità di acqua, che si mescolava al sudore della fronte e l’argilla sciolta formava un’amalgama che ricopriva il volto, e la testa fasciata   da  un fazzoletto, chiuso con due semplici nodi,  sembrava una enorme caramella d’altri tempi: e così mio padre ha dedicato metà della sua vita sopra la nuda terra pronta a rifiorire di frutti, miracolosamente dalle sue mani.

La mia casa era stata costruita vicino a quella della zia Lilla, sorella di mia madre (in realtà   si  chiamava Susanna), che ci aveva venduto un pezzo di terreno sufficiente per ricavarne una piccola abitazione. Vicino alla porta d’entrata principale, prima un portoncino che si apriva con un’antica chiave e poi una moderna e più funzionale persiana a due battenti, sorgeva una vite d’uva bianca che era cresciuta  con  la  casa   ed  aveva raggiunto il terrazzo del primo piano, tipicamente mediterraneo, ove si estendeva una pergola d’uva rigogliosa di grappoli maturi. Dietro la casa c’era il terreno della zia Lilla, coltivato ad ortaggi, mentre a fianco, separato da un piccolo corso d’acqua, in alcuni periodi dell’anno colmo di girini di rana, c’era (e c’è ancora!) un pezzo di terreno coltivato a frutteto: c’era di tutto,    arance, mandarini,   nespole, albicocche, cachi, limoni, tanto da sembrare un piccolo pezzo di Eden e che tuttora, a dispetto del selvaggio prolificare di case di cemento, c’è ancora e rivendica la sua forza di area verde mai soffocata dalla speculazione edilizia. 

Il proliferare delle case,  elaborate più sulla consuetudine e sulla libera interpretazione delle leggi urbanistiche, che su  progetti “fatti” sulla carta, mai portati per un’approvazione edilizia, aveva di fatto mutato l’aspetto del Baglio che ormai era una strada fiancheggiata da case senza soluzione di continuità.

Davanti casa  mia c’era un'altra area verde ma era sopravvissuta solo per poco ed era stata “sostituita” da una casa che si era aggiunta a quelle già presenti oppure in via di realizzazione.

C’era un grande giardino, prossimo a casa mia, coltivato a mandarini mentre qualche pianta di  limone, che si era presa la rivincita,  si  frapponeva fra i rossi agrumi pavoneggiandosi con suo colore giallo sole, che si riconosceva da lontano. I mandarini avevano pressappoco la mia età e li ricordo bassi  con piccoli frutti che si tenevano ben saldi sui rami adunchi appena ricoperti da foglioline tenere e  non ancora in grado accogliere i nidi di passeri e benché mai quelli di merli.

 Alberi di mandarini che in primavera si vestivano da spose con bianchi petali che lanciavano, oltre quel muro    basso   fatto   di tufo,   e  che dentro accoglieva il mare di conchiglie e di piccoli scheletri di pesci, il profumo inconfondibile di zagara. Ricordo che la mattina, quando mi recavo verso la vicina scuola, procedevo ad occhi socchiusi lasciandomi guidare dall’effluvio  sino alla curva e prima di lasciare il Baglio per la via principale percorsa da poche macchine. Odori mai sopiti, odori unici, mai mischiati ad altri odori, forse a quello del gelsomino che cresceva rampicante lungo il profilo della casa di mia cugina Ida, e ne sortiva un odore unico di mandarino al gelsomino, che mai più si è ripetuto! 

Il Baglio fatto di parenti con predominio di un solo cognome e di matrimoni  tra  cugini che portavano, col tempo, a dover utilizzare un nomignolo per distinguere i figli o i cugini, tutti con lo stesso nome del nonno. C’era     anche qualche forestiero ma era una rarità e, a volte, era la sposa che emigrava dal vicino paese verso la borgata, verso la più vanitosa città di Palermo. Destini comuni quelli della borgata che accomunava i tanti residenti ad una vita basata sul duro lavoro ed  anche di emigrazione verso l’America o la meno distante Germania, ma sempre lontano dai cuori e dagli affetti più cari.

La mia scuola elementare Luigi NATOLI era poco distante e vista l’assenza di pericoli la raggiungevo a piedi assieme ai coetanei. Il tragitto si svolgeva fra case interrotte da campi  coltivati,  dal  cortile Vaccaro, sempre antagonista del Baglio e da altri accessi a piccoli fondi agricoli di persone del luogo. Pochi i negozi presenti nella zona: c’era il negozio di Cosimo, antesignano dei più recenti supermercati, il negozio di granaglie e il negozio di una signora anziana che vendeva un po’ di tutto, comprese le maschere di carta per carnevale.  C’era il cinema, l’arena dei fiori, in uno spiazzo ricoperto di ghiaietto separato dal telone per la proiezione e da un bancone che fungeva da biglietteria. L’arena era il simbolo estivo della borgata  ed era ricoperta di edera che l’ammantava di mistero. I sedili in ferro verniciati più volte di colore verde, che cigolavano sotto il peso dello spettatore,  avevano visto  tante         rappresentazioni    cinematografiche che spaziavano dal film epico al western o al film comico di Toto’. Accanto scorreva una strada che portava fra i campi coltivati ad agrumi e qualcuno, per non pagare il biglietto, cercava di rubare qualche scena scalando il muro alto del perimetro, salvo venir scacciato appena scorto.

C’era poco più; c’era un negozio del barbiere istituzionale, che aveva sofferto la prigionia in Gran Bretagna e che ogni tanto buttava lì una parola in inglese. Il barbiere faceva anche da infermiere e praticava iniezioni a chi ne aveva bisogno senza disdegnare le funzioni di ortopedico per rimettere a posto una storta,  ed  io ne avevo avuto bisogno più di una volta.

Vicino alla scuola elementare c’era un campo coltivato a mandaranci (che chiamavano spagnoli) che ogni mattina veniva spogliato di un po’ del suo raccolto, spesso utilizzato, ahimé, per lanciarlo contro qualcuno. C’era anche un campo di carote che puntualmente veniva depredato perché occorreva vitamina A, per far bella la pelle punta dal freddo oppure scalfita dal forte sole mediterraneo.

Dico c’era, perché oggi è un lontano ricordo e laddove c’erano i mandaranci oggi ci sono case e dove c’erano le carote oggi c’è un distributore di benzina; però la scuola c’è e resiste e non ha cambiato nome!

Oltre la scuola si risentiva dall’avvicinamento alla città e c’erano     più     negozi,   il bar,      il panettiere, la chiesa parrocchiale, la strada che portava al mare e, di fronte, molto più in là, forti di pensiero, vedevamo l’Italia, il continente, oltre la curva dell’orizzonte, legati all’Europa mentre noi,  nell’isola, lontani.

Bambini si nasce e ragazzi si diventa e così l’età delle medie mi aveva catapultato a Palermo che raggiungevo con l’autobus 25 rosso barrato che mi lasciava poco lontano dalla scuola. Poco era cambiato perché il giardino dei mandarini c’era ancora e l’odore della zagara forte mi seguiva  e  mi  precedeva  e    mi accompagnava per un tratto per consegnarmi alla città. Il pomeriggio ero ancora della mia borgata semplice e poco cittadina e non vedevo  l’ora  di tornarvi  malgrado il niente. Ma il mio giardino di mandarini era il luogo ove potersi incontrare con i compagni di scuola e gli amici e mangiare una fetta di limone, quello che si pavoneggiava tale ma non ancora maturo di giallo, che sprigionava l’aspro più aspro e che costringeva ad assumere maschere facciali che portavano alla mente quelle del lontano teatro greco. Gli alberi di mandarini ci facevano da corollario e sotto le fresche fronde ascoltavano il parlare di giovani   ragazzi  che   amavano fantasticare sul futuro e sulle aspettative più rosee.

Alberi di mandarini che hanno portato con loro i nostri segreti e i desideri sussurrati tra una smorfia e l’altra  per l’acido citrico assunto e di cui si è persa ogni traccia: oggi davanti alla mia casa, sorta vicina a quella della zia Lilla, non ci sono più gli alberi di mandarini e quel solitario limone giallo, ma ci sono  case quadrate e squadrate ornate di balconi, come i rami dei miei mandarini, ma su cui nessun uccello ha mai nidificato.

Resisti giardino Eden posto vicino al ruscello (che non esiste più) e respingi ogni attacco che ti vuole casa ad ogni costo: quando anche tu  non ci sarai più, finirà con te il Baglio che voleva scimmiottare il cortile della masseria a cui si accedeva attraverso un cigolante cancello fiancheggiato da alberi di carrubo.

Il racconto è di Giovanni Mannarano