Un coming out del 4 Marzo
Il 4 Marzo ho saltato il fosso anch’io dando fiducia al movimento, sperimentando la mia appartenza verso un'altra direzione
Sino al '95 ero praticamente (e teoreticamente) radicato nel mio vecchio quartiere, in una borgata di braccianti, nella sezione Sperone di Palermo, la più povera sezione del PDS, una specie di sottocosto della svolta della bolognina, ubicata dentro un piano basso dello IACP (istituto autonomo case popolari). La sinistra siciliana, almeno quella che ho frequentato dai 20 ai 30 anni teneva i giovani a guinzaglio, era vecchiotta, tutt’uno con l’impegno sindacale, nei comparti delle ferrovie, delle aziende municipalizzate, in mezzo anche agli operai della Fiat di Termini Imerese, ai carrozzieri ed agli edili. Noi ci fidavamo ancora dei più grandi e li seguivamo, ci avvicinavamo ai congressi e scrivevamo le mozioni ma prima di presentarle le rileggevamo con loro; quasi sempre venivano corrette perché noi giovani eravamo sempre incazzati ma dal punto di vista dei dirigenti dentro la vita del partito c’era modo e modo di esprimersi, con asprezza si, ma non sbattendo la porta e lasciandola anzi socchiusa.
La sinistra la cerco da almeno vent’anni, da quando alcuni di noi lasciarono le sezioni, piene di debiti a causa delle utenze e degli affitti. La direzione provinciale del pds di Palermo fu la prima a sparire, inghiottita negli interessi del partito degli eletti che cominciava da un po’ a camminare da solo, a costituire associazioni e comitati elettorali. A margine delle elezioni però, come con i noumeni kantiani, bene o male, questa appartenenza che era una specie di patrimonio genetico la acchiappavo, mi turavo il naso e votavo. Non a Marzo, non tre mesi fa però.
Sino alle 18 ero convinto del mio astensionismo, mi ero difeso con qualche collega a scuola che mi invitava a cambiare ed a non specare il non voto.
Come un automa Domenica 4 Marzo alle 20 ho accompagnato mio figlio diciottenne e mi sono portato appresso il certificato elettorale. Lo sapevo che avrei votato, ho sempre votato da quando ho potuto, non mi sono mai astenuto. La sperimentazione però mi faceva paura, così l'ho resa parziale e stentata perché ho mantenuto una scarpa dentro il senato saltando il fosso alla camera, annuendo all’anagrafe dei candidati del movimento, tutti sotto i quaranta.
Non sono entrato subito anche se non c'era nessuno in coda. Sono rimasto nel corridoio a leggere quei nomi dieci minuti cercando di capire come mi dovevo orientare, di cogliere un appiglio e una giustificazione per votare un partito di cui non avevo la più pallida idea, tranne che per alcune dichiarazioni distorte sui vaccini, sull’onestà e la purezza del servizio, una roba che mi aveva sempre impressionato. Quando nel ‘94 sentivo i compagni rispolverare la questione morale di Berlinguer che investiva l’educazione politica, il reclutamento, già rabbrividivo. Per me la politica significava (e significa ancora adesso) autonomia, professionalità, percorsi faticosi, conoscenza, studio, esperienza, approfondimento, confronto.
Ho pensato però, come molti dei miei amici, che si poteva provare perché erano quarantenni, soggetti più giovani di noi, per i quali la destra e la sinistra erano categorie superate. Erano un’altra generazione, senza sensi di colpa, meno ideologizzata, che aveva ed ha tutto il diritto di fare esperienza, ed anche qualche cazzata.
Nelle ultime settantadue ore ho letto di tutto, il paese è spaccato, i ministri straparlano e si fanno intervistare dall'editoria ufficiale che prima prendevano a calci e da quella indipendente. Renzi è tornato a tuonare ma sembra più l’ombra di se stesso, del suo personaggio già inefficace e svuotato di coerenza. Ieri, Festa della Repubblica, differenti gruppi hanno manifestato a Roma: il pd vuole abolire tutto e tornare agli anni settanta come se le imprese italiane non avessero già delocalizzato la produzione; i grillini non hanno capito che da quattro giorni governano; i leghisti provano a farci secchi con dichiarazioni omofobe e razziste. In Calabria hanno pure ammazzato un migrante per le quattro lastre di lamierato che stava racimolando; i fatti non sono correlati ma la vicenda di cronaca nella cornice delle dichiarazionei di Salvini contribuisce a creare un clima torbido.
Giorni pesanti, discutere è quasi impossibile, una massa critica che si è appiattita sul governo come se fosse il migliore dei governi possibili, polarizzata tra passato e presente, che gioca a misurare le nuove minchiate con le vecchie, una massa che fa opinione e non promette niente di buono, che mi ricorda il mio atteggiamento reazionario del 4 Marzo, nel corridoio di una scuola materna, davanti all’elenco dei giovani buontemponi candidati (forse i meno capaci e poveri di spirito critico, probabilmente i più ricchi erano stati già cacciati), perplesso e confuso, incacchiato con la sinistra renziana, massacrato nel mio lavoro di docente, stanco di leggere editoriali a favore del pd che in prossimità dell’appuntamento politico assomigliavano sempre di più ai tariffari dei bordelli del dopoguerra.
La cosa che oggi però mi fa più impressione è l’atteggiamento dei guru dell’editoria di sinistra che si svegliano improvvisamente, in nome dei diritti dei lavoratori e della difesa della povertà. Davvero una specie di festival carnevalesco all’incontrario, in cui i buffoni prima al soldo del pd e di forza italia ora si travestono di paladini della moralità e senza essersi mai misurati con i bisogni sociali vogliono scuotere coscienze oramai ubriache.
Ci vorrà del tempo, può darsi che qualcosa di buono venga pure fuori, pur rimanendo convinto che ci sono costellazioni di valori da cui non si può prescindere. Manteniamoci desti, ricordiamo che non siamo dei pappagalli e non rivolgiamoci solo all'anagrafe.